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storie d’amore e di migrazione


Ho cominciato a pensare a Gli ultimi americani nell’autunno del 2018. Avevo da poco terminato la stesura del mio primo romanzo, Gotico americano, e inviato il manoscritto ad alcuni editori.

Intanto, sentivo la necessità di tornare alla scrittura. Ormai scrivere era diventata una dipendenza, un’arma, un momento di espiazione. Avevo bisogno di pensare ad una nuova storia e in quell’anno, e in quelli che seguirono, di storie ne arrivarono molte.

Di lì a qualche tempo, un mio studente mi raccontò di aver avuto un nonno nazista, di essere stato rapito e torturato dai guerriglieri nel suo Paese e di essere arrivato negli Stati Uniti come rifugiato politico.

Un amico, invece, una sera mi confessò di aver tentato il suicidio: aveva cambiato idea solo perché nel momento di premere il grilletto, una violenta scarica di diarrea lo aveva costretto a correre in bagno.

Anche la mia vita subì cambiamenti repentini. Accaddero cose inaspettate, fatti sconvolgenti e dolorosissimi. A quegli eventi e ad altri ancora seguirono la pandemia, il lockdown, la morte di George Floyd, le elezioni presidenziali e l’assalto al Congresso – vicende della storia americana che avrei raccontato sui giornali e in televisione.

In questi anni ho pensato a lungo a New York e alle sue storie, ho riflettuto sulla mia storia e su quella di questo Paese. Le storie, ho capito, non iniziano mai a New York. Forse qui si incontrano, si mescolano e si confondono, si separano e finiscono ma non cominciano. New York non è mai l’inizio, mai il punto di partenza. È l’arrivo delle storie di tutti, anche della mia.

Qualche tempo fa mi è capitato di imbattermi nella storia dei cuvivíes, uccelli migratori che ogni anno volano dall’Alaska alle pampas argentine – passano anche sopra New York ma nel caos della città nessuno si accorge di loro.

Quella dei cuvivíes è una storia maledetta: una volta arrivati sulla laguna andina di Ozogoche, in Ecuador, gli uccelli si buttano in picchiata nelle acque gelide dei laghi e muoiono all’istante.

Non c’è una spiegazione scientifica a tutto questo: secondo alcuni si tratta di un suicidio di massa – ma gli animali non hanno il senso della morte come noi. In questi anni in cui scrivevo Gli ultimi americani ho pensato molto alla migrazione come metafora della vita.

Come gli uccelli, anche gli esseri umani fuggono dall’inverno, dal freddo, dalla penuria di cibo, anche loro tracciano rotte e attraversano confini. La migrazione è una condizione di vita, è una ricerca costante di luce e di calore. Migrare non vuol dire soltanto spostarsi fisicamente da un luogo all’altro del pianeta. La vita stessa è una tenace e disperata migrazione dal dolore verso la felicità. Non è forse per questo che viviamo?

Ne Gli ultimi americani racconto la storia di tre vite, tre diverse rotte migratorie che partono da lontano e confluiscono a New York. Ognuno di loro fugge da un passato che non smette di riverberarsi sul presente.

Nel racconto le storie dei tre protagonisti finiscono per intrecciarsi – nasceranno legami d’amore e profondissima amicizia. Sono loro gli ultimi americani: persone partite da tempo dai paesi di origine eppure mai veramente arrivate.

Confuse su cosa sia e dove si trovi la loro casa, sul dover appartenere al luogo dove si nasce o a quello in cui si muore. Alla ricerca perenne di un posto dove ad attenderle non ci siano solo lotte e guerre. Ultime in ordine di tempo ma, a volte, anche nella scala sociale.

Anch’io come loro sono ancora in volo, in cerca del senso del viaggio e della vita. Convinta, come gli uccelli, che il mio migrare abbia in sé la promessa del ritorno. Perplessa sul significato delle tracce che lascerò dietro di me.



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