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Pino Cacucci presenta L’elbano errante e quella notte di luna rossa


Frequento lo Scoglio, come gli Elbani chiamano la loro isola, da almeno quarant’anni, e l’amore a prima vista si è consolidato di pari passo con quello per il Messico.

Poco distante dalla nostra casetta, e raggiungibile per noi in kayak ogni mattina, c’è una spiaggia, forse non memorabile, semplicemente un arco di sabbia grossa e ghiaia poco prima della baia di Porto Azzurro, un tempo Longone. E fin dalle prime volte mi chiedevo perché l’avessero chiamata spiaggia del Barbarossa.

Nulla a che fare con l’imperatore Federico, né con un ufficiale barbuto di Napoleone (poiché all’Elba tutto o quasi ruota attorno a quei dieci mesi del Bonaparte).

Una curiosità che non era difficile da soddisfare e approfondire, visto che gli Elbani amano la storia della propria terra montagnosa circondata dal mare: Barbarossa era il soprannome che i “cristiani” affibbiarono al temuto Khayr al-Din, ammiraglio turco di Solimano il Magnifico, e il nome dato alla spiaggia non era certo un omaggio, bensì il ricordo di eventi nefasti.

In questa insenatura a poche miglia dal porto di Longone, sbarcò più volte con i suoi corsari turcheschi e i famigerati giannizzeri, mettendo a ferro e fuoco buona parte dei centri abitati limitrofi, depredando e distruggendo e incendiando, e soprattutto, sequestrando giovani da mettere ai remi delle galee e giovinette da vendere all’asta degli schiavi di Algeri. Ancor più ambite se erano vergini, per cui, rapivano spesso anche le bambine.

Da allora, ho rimuginato per decenni qualche idea su come raccontare quell’epoca. La stessa che ci piace chiamare Rinascimento, ma che all’Elba, come del resto in tutte le coste del Mediterraneo e non solo, fu sanguinaria e devastata da guerre, invasioni, massacri spaventosi, nonché crudeltà spesso gratuite, inflitte con sadismo terrificante.

Confesso che anche la smania di gettare tutto questo sangue sull’edulcorata facciata del Rinascimento, mi ha intrigato fin dall’inizio.

E mentre raccoglievo storie e leggende, un giorno a Portoferraio ho visto quella targa di marmo sul muro esterno del vecchio mercato, dove nel XVI secolo si costruivano le grandi galee da battaglia:

“Da questo arsenale scesero nelle onde del Mediterraneo quei vascelli da guerra che offrirono alle coste toscane protezione e difesa dagli attacchi turcheschi. A Gloria del Principato Mediceo e dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano”.

In quegli anni Portoferraio era stata ribattezzata Cosmopoli, in onore di Cosimo de’ Medici che fece costruire bastioni e fortezze, rendendo l’Elba inespugnabile, scelta strategica poiché l’isola, fin dai tempi degli antichi Romani era talmente ricca di ferro da suscitare le mire di tanti. Ferro per daghe, spade, alabarde, corazze, e poi archibugi, e palle di cannone… E a un certo punto Cosimo proprio qui, a poche centinaia di metri sopra l’arsenale, volle fondare il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano, nell’edificio allora convento adibito a caserma, dove oggi sorge, su una piazza lastricata che domina il suggestivo scenario del centro storico e della baia, il Centro Culturale De Laugier (un altro ufficiale di Napoleone, Cesare De Laugier, di origini elbane).

Cominciava a esserci tanto materiale per la fantasia unita alla ricostruzione storica. Non restava che tener conto dell’Amore, che in un’epopea di battaglie, insorgeva ancor più forte a dispetto delle violenze: un affetto spezzato tra una sorella e un fratello su quella spiaggia, gli amori disperati di lui diventato spadaccino e soldato di ventura, le relazioni di lei che darà un figlio al Pascià di Algeri, e l’amore di giovane madre disposta a tutto pur di salvarlo e renderlo libero…

E collegare il fatto che in quegli anni Miguel de Cervantes era un ventenne soldato a Napoli nonché spadaccino sfuggito alla giustizia per un duello in Spagna… Occorreva far quadrare i conti di luoghi e date degli eventi storici per farlo incontrare con il mio protagonista, Lucero l’Elbano.

Un’altra confessione: la spinta a narrare gli eccidi e le sopraffazioni messe in atto dai Turchi è dovuta alla mia vicinanza pluridecennale alle popolazioni curde – a Bologna la comunità già vent’anni fa mi invitava alle loro manifestazioni e alla festa del Nowruz, l’avvento della primavera che segna l’inizio del calendario curdo, festa proibita e repressa in Turchia – e ricordare a chi leggerà questo libro – romanzo d’avventure, certo, “di cappa e spada”, ma anche accurata ricostruzione storica di ogni evento, arrivando alla battaglia di Lepanto – quale storia passata e presente abbia la Turchia.

Ebbene, era una rivalsa che mi ha animato non poco a scriverne. Ma anche ad approfondire le motivazioni che spinsero migliaia di cristiani catturati a convertirsi e a scalare le gerarchie militari fino a diventare ammiragli del Sultano – esempio supremo fu il calabrese Uccialì, che a Lepanto inflisse gravi perdite alla Lega Santa – e sicuramente lo fece non da mercenario ma da musulmano convinto.

Senza però dimenticare che se l’Islam si è macchiato di simili crimini contro l’umanità, il Cattolicesimo con l’Inquisizione ha fatto altrettanto, e all’Inquisizione di Siviglia – e non solo – sono dedicati non pochi capitoli. Non è per “pareggiare i conti”, è per rammentare cosa fu il Rinascimento.

Finché…

Qualche anno fa ho assistito al fenomeno della luna rossa dalla terrazza della nostra casetta: ecco come sarebbe potuta cominciare la narrazione delle avventure e disavventure di Lucero l’Elbano, ho pensato.

E una sera di giugno, ho scritto il primo capitolo:

Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue…



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