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l’ultimo noir di Loriano Macchiavelli


Un avvertimento ai lettori, soprattutto se bolognesi e, per di più, doc. Insomma, quelli che hanno ancora nel cuore l’isola felice dei bei tempi andati: in tutti i miei romanzi con Sarti Antonio protagonista, sia la città che gli abitanti sono metafore del Paese, l’Italia. In particolare nell’ultimo La stagione del pipistrello dove l’una e gli altri sono situati in un mondo che se ne sta andando, in un anno che verrà, per entrare in un altro tempo. Migliore o peggiore, non sono indovino.

Prima di dedicarvi al romanzo leggerete la bella riflessione di Bertolt Brecht sul romanzo poliziesco e la mia modesta confessione: Non so spiegarvi perché dovreste leggere questo romanzo. So perché l’ho scritto.

È una confessione onesta e, riflettendoci a freddo, cioè dopo qualche mese, e considerando gli avvenimenti di questi maledetti giorni, Brecht aveva ragione da vendere: che cos’era che si andava addensando prima che ci si arrivasse? Che cosa era accaduto? Che tipo di situazione si era andata creando? E pure io avevo ragione. Al diavolo la modestia. Ne ho piene le palle. Una vita intera.

Ma la ragione è una cosa talmente vacua che nessuno la comprerebbe, illudendosi di averne abbastanza della propria.

Non avevo intenzione di spiegare le tensioni, le suggestioni, le riflessioni che mi hanno spinto a scriverlo. Le ritenevo questioni personali e i lettori non le avrebbero capite. Ognuno, per fortuna (ed è la sola fortuna che abbiamo) giudica gli avvenimenti secondo il proprio metro di vita e di cultura. Poi mi sono detto: “Non puoi mettere la pietra tombale sul tuo noir senza che i lettori lo sappiano. Non avrebbe senso”.

Eccola qua la ragione per la quale ho scritto La stagione del pipistrello. È l’ultimo tentativo di scrivere un romanzo noir così come lo intendo io.

È il mio saluto al noir che non esiste più, al noir come lo hanno inventato-creato Hammet, Chandler, Spillane, McBain

È accaduto quando finalmente costoro hanno dato al delitto la motivazione che lo connota ancora oggi e, in un certo senso, lo giustifica: la ricca borghesia sopravvive e prospera grazie al delitto. E non è un caso che i due padri fondatori (Hammet e Chandler) siano morti in miseria e dimenticati da tutti: dal cinema, dall’editoria, dagli amici e dai lettori. Salvo poi scoprirli post mortem, innalzare peana e conferire loro la dignità di “grandi”. È accaduto quando non erano più pericolosi.

Intendiamoci: ogni scrittore adatta il noir al suo mondo letterario e ogni lettore lo interpreta a modo suo. Per questo era uno dei generi letterari più seguiti.

Il noir che ho sempre avuto in mente io dovrebbe dare fastidio al potere. Cioè dovrebbe essere destabilizzante. Ridicola utopia. Il giallo ristabilisce un ordine sociale che il delitto ha turbato.

Il noir ha il compito di turbare ancor più l’ordine costituito. Ricostruire la realtà raccontando il nostro mondo, ma per rifiutarlo. Insomma, lo scrittore dovrebbe avere lo sguardo verso una realtà che non esiste.

C’è da chiedersi se il noir serva ancora per raccontare il nostro mondo. La mia risposta è no. Almeno non come è ‘scritto’ oggi dalla gran parte di scrittori (e nella lunga lista mi ci metto anch’io). Il noir non preoccupa più nessuno e che non trovi più denigratori; che in giro non ci siano più saggisti e critici che storcono il naso all’invasione della letteratura ‘barbara’; che sia accettato con entusiasmo; che trovi ovunque ferventi ammiratori anche fra coloro che per anni lo hanno osteggiato e denigrato; che tappeti vengano distesi davanti e dentro le università all’ingresso di scrittori diventati improvvisamente di serie A e poi apprezzati opinionisti… Questo e altro, mi fa riflettere.

Il noir è diventato inutile. La società che racconta si è vaccinata e fatalmente l’affermazione del noir è diventata la sua sconfitta. Non è più un possibile motivo di squilibrio, non è più un virus nel corpo sano della letteratura alta e quindi gli scrittori di noir sono autorizzati a sputare sulla società. Lo stesso Joe Nesbo, che sembrava il più feroce, è diventato un cucciolone che abbaia e non morde. Ha anche un po’ di raucedine.

Ecco perché è inutile continuare a raccontare il nostro mondo così com’è, con le sue brutture, le sue sopraffazioni, le sue disuguaglianze, le sue “guerre preventive”, il suo capitalismo, le sue dittature, la sua povertà.

È una questione sociale: il mondo è trasformabile: si può non essere d’accordo sui metodi e sui mezzi per trasformarlo; si può non accettare certe ideologie che si vorrebbero instaurare al posto delle ideologie imperanti, ma non si può mettere in dubbio che così com’è questo mondo nel quale siamo costretti a vivere, non ci piace, non funziona e deve, ha bisogno di essere cambiato.

È inutile fingere rabbia o tristezza o disillusione per la realtà e non avere speranze di cambiamento.

Dovremmo raccontare che queste leggi e queste forze dell’ordine (quale ordine?) non funzionano, non hanno mai funzionato perché hanno tutelato e tutelano solo una parte della società.

I delitti non possono più avere una soluzione (una spiegazione?) giudiziaria o una logica indagativa perché non c’è più logica nelle leggi e nelle forze dell’ordine.

Non c’è più logica neppure nelle azioni degli uomini qualsiasi!

Ce lo aveva spiegato bene Chandler con il suo Marlowe, simbolo della ribellione individuale alle iniquità dell’ordine costituito. Ribellione individuale alle iniquità dell’ordine costituito: io ci sto con questa definizione. Mi va bene.

Allora significa che la responsabilità dell’attuale situazione letteraria è anche nostra. Me ne prendo la parte che mi compete. Ho dei dubbi sulla letteratura che scrivono magistrati che hanno abdicato, funzionari del così detto ordine costituito, opinionisti televisivi di comodo, politici pentiti, falsi rivoluzionari.

Penso che non sia possibile scrivere un noir andando a frugare nelle troppe zone oscure della società e contemporaneamente mettere in discussione i principi che i professionisti di cui sopra sono preposti a tutelare. O meglio, possono farlo, ma devono dare un addio agli ideali che li hanno spinti a scegliere quelle carriere.

“Zone oscure” è un povero eufemismo. Basterebbe accendere la luce, ma ci vuole chi si prenda la responsabilità di ‘girare’ l’interruttore.

Così oggi il noir è una bella favola iniziata negli anni ’30 negli Usa e finita miseramente in Italia ai nostri giorni, dove il genere è diventato consolatorio proprio perché si ostina a rappresentare la realtà. In realtà, per stare in tema, non fanno che sostenere e tutelare l’esistente.

E si spiega il lamento di certi tutori dell’ordine nei confronti di scrittori che non si attengono alla procedura, cioè alla realtà.

La procedura! Ve lo immaginate Phil Marlowe o Sam Spade che si attengono alla procedura? Ci vogliamo mettere anche Sarti Antonio? Sì, una volta tanto.

Non sono un giornalista che dovrebbe ‘raccontare’ della realtà. Sono un romanziere che vuole raccontare delle ‘possibilità’.

Ecco, allora, La stagione del pipistrello, l’ultimo noir, diventa per me la pietra tombale su un genere che ha fatto il suo tempo e che ha fallito gli obiettivi. È normale: pensate alla fine che ha fatto la rivoluzione rock, il ’68, le BR…

Esagerato.

Mi è consentito: sono un romanziere.


Il prossimo noir lo stiamo scrivendo tutti noi, abitanti della terra, col sangue e sulla carne di migliaia di persone, vere, purtroppo.



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