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Luci di luglio: intervista a Gian Mauro Costa sul suo nuovo romanzo


Quattro domande a Gian Mauro Costa per conoscere meglio Luci di lugilo

Il libro è ambientato nel luglio del 1960. Perché hai deciso di raccontare oggi cosa successe a Palermo in quei giorni?

Considero il 1960 uno spartiacque nella vita della nostra Repubblica.

In quell’anno si chiuse definitivamente la lunga pagina del fascismo storico e della Resistenza; l’Italia avviò, tra mille contraddizioni, la sua modernizzazione e industrializzazione preparandosi al boom economico; vennero gettati i semi di un profondo rinnovamento culturale, solo culturale, che sarebbe poi esploso con il ’68.

E i partiti popolari cambiarono pelle: la Dc aprì definitivamente la stagione del centrosinistra e tra le due forze di sinistra, Psi e Pci, si creò un vasto solco, mai più colmato.

Nei giorni che fanno da sfondo al mio romanzo Luci di luglio, in Italia si verifica una vera e propria rivolta politica e sociale. La spinta iniziale venne da Genova, con le manifestazioni antifasciste, poi dilagò in tutto il Paese a causa della sciagurata reazione del governo Tambroni e delle sparatorie delle forze dell’ordine contro gli scioperanti.

A Palermo la situazione diventò esplosiva perché si legò al drammatico problema della disoccupazione. Ma i morti nelle piazze siciliane (oltre a Palermo, a Catania e a Licata) sono stati dimenticati, al contrario di quanto avvenne, a esempio, per Reggio Emilia.

Il mio romanzo non è però un saggio storico, né tantomeno un manifesto politico.

Infatti questi avvenimenti fanno da cornice a una “piccola” vicenda, protagonisti due adolescenti che si ritrovano quasi per caso in mezzo ai tumulti e ne vengono profondamente segnati. Sì, direi che può definirsi un romanzo di formazione.

Nello stesso periodo andava in onda una trasmissione televisiva entrata nella storia e antesignana di tanti format che sarebbero arrivati in seguito: “Campanile sera”, in grado di suscitare un coinvolgimento degli spettatori e un orgoglio cittadino oggi difficili da immaginare. Secondo te che cosa è rimasto di quell’Italia, di quel campanilismo e di quelle contrapposizioni tra nord e sud?

Immagino che la stessa folla che animava le proteste si riversasse poi in buona parte nelle piazze illuminate dai riflettori della Rai per le sfide di campanile. Due volti speculari, un’unica grande contraddizione destinata a mutare radicalmente la società italiana.

I miti della televisione, Mike Bongiorno in primis, sostituiscono le vecchie icone della rivoluzione e degli sport popolari. La televisione da un lato crea una fittizia unità nazionale, dall’altro stempera tensioni e antagonismi di classe riportandoli sul terreno “innocuo” della competizione locale.

Mi ha impressionato come, nei giornali di quel luglio 1960, in Sicilia  i titoloni sui morti si contendessero lo spazio con le notizie su “Campanile sera” e su Monreale campione della trasmissione di Mike Bongiorno.

Nel romanzo ci si sofferma in particolare sulla sfida con Chioggia, rinfocolata da un ricorso vinto dai veneti. Si creò un’accesa contrapposizione tra Nord e Sud – molto interessante alla luce della politica odierna – che si spense quando arrivò il verdetto finale.

Ecco, quel campanilismo era naïf e periferico, all’acqua di rose come tra un don Camillo e un Peppone, e c’era un arbitro indiscusso: Mike Bongiorno. Oggi si faticano a individuare arbitri e regole, la ferita del Meridione è drammaticamente ancora aperta e la televisione ha soltanto nascosto sotto il tappeto la polvere della questione sociale. 

Il protagonista del tuo romanzo è il narratore della storia e lo conosciamo da ragazzo. Non immagineremmo mai, all’inizio del romanzo, l’adulto che diventerà. Che cosa ha significato per te costruire così il tuo personaggio? 

Il romanzo alterna la voce del protagonista – uno dei due adolescenti, manovale in un cantiere palermitano, mentre l’altro fa il cameriere in un bar di Monreale – alla narrazione degli eventi in terza persona.

I due ragazzi hanno solo un approccio emotivo, viscerale, a ciò che li circonda e che non sono in grado di capire. Ma la loro risposta balorda, velleitaria – il sequestro di un professore che fa parte degli esperti di Monreale coinvolti in “Campanile sera” – contiene in nuce da una parte le tragiche scelte del terrorismo e dall’altra le premesse della corruzione e del degrado della politica.

L’io narrante, per una concatenazione di fatti legati al sequestro, apparentemente si riscatta dal suo status, va avanti negli studi, diventa un professionista affermato, ma si porta dietro il marchio delle contraddizioni irrisolte, personali e collettive. Alberto Rollo ha definito splendidamente questo graduale passaggio storico e temporale, parlando di un romanzo “di formazione ma anche di deformazione”.

Tu sei conosciuto dal mondo dei lettori soprattutto per i tuoi gialli. In questo caso, anche se in Luci di luglio non mancano i chiaroscuri – c’è un rapimento, di alcuni personaggi si perdono le tracce – si tratta di un romanzo. Ci sono altre storie simili nel tuo futuro, o si tratta di una deviazione temporanea dal giallo?

Per fortuna sono stati ormai abbattuti gli steccati tra romanzo di genere e non. E i miei gialli, che hanno come protagonisti seriali un elettrotecnico che si improvvisa detective e una giovane poliziotta che proviene da un quartiere “a rischio” di Palermo, hanno sempre avuto una forte impronta socio-antropologica.

Il mio mestiere di giornalista ha stimolato curiosità e voglia di descrivere angoli nascosti di Palermo e dei comportamenti dei personaggi nel loro contesto. La cronaca è il motorino di avviamento, poi spetta a chi scrive un romanzo raccontarla in tutte le direzioni possibili, con particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, alla loro vita interiore.

Comunque, sì: ho un giallo già pronto, ma in cantiere c’è anche un romanzo, come dici tu, “non di genere”. Dopo gli anni Sessanta, mi piacerebbe raccontare i Settanta. 



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